Sabato 26 Maggio la presentazione del volume “Casette”

“Casette”: è questo il titolo del libro che, curato da Katia Bonaventura, Cristina Visintini e Luca Perrino, edito dall’associazione culturale Leali delle Notizie, sarà presentato sabato 26 Maggio 2018, alle 11, nella sala consiliare del palazzo municipale di Ronchi dei Legionari. A dialogare con gli autori sarà il giornalista e scrittore Roberto Covaz. Il libro è stato realizzato grazie alla collaborazione con l’Amministrazione comunale di Ronchi dei Legionari, la Banca di credito cooperativo di Turriaco e la Fondazione Cassa di risparmio di Gorizia.

Vi aspettiamo numerosi!!!

“El abita li de le casete”: un’espressione che racchiude tutto un mondo. Si, perchè per anni ed anni, quando il quartiere era davvero diverso, più bello, più florido, più verde di quanto non lo sia adesso, in tutta la bisiacaria e non solo a Ronchi dei Legionari, era questo, ovvio e significativo, il modo per indicare chi risiedeva in quello che era ed è il “Villaggio Pater”. Vivere nelle “casete” era uno stile di vita, era poter fruire di un giardino davvero immenso attorno alle costruzioni, ma vivere nelle “casete” era, per molti, luogo comune, vivere in case non case. Il modo con cui erano state costruite era significativo di questa convinzione e non c’erano altri posti in tutta la bisiacaria, così come nel resto della regione, dove ci fosse un quartiere intero realizzato non con i consueti canoni dell’edilizia. Era tutto un’altro vivere. Un vivere, abitare, sposarsi, mettere al mondo dei figli, coltivare l’orto e le viti, giocare per strada, rapportarsi in modo diverso e del tutto spontaneo con i vicini che, appunto, abbiamo voluto raccontare attraverso le pagine di questo libro. Non un trattato di storia, non un romanzo, non un progetto, ma un racconto tra immagini e testimonianze che ci ha permesso di costruire una pagina di storia di questo luogo, tra gioie e dolori, tra speranze e paure. Nella consapevolezza che i racconti sono tutti diversi, ma hanno anche un comun denominatore. Ovvero quello che il “Villaggio Pater” non è più quello del dopoguerra, non è più quello del boom ecomomico, non è più quello dove tutti conoscevano tutto di tutti e dove si era disposti a darsi una mano senza nulla pretendere in cambio. Raccontare le vite vissute di chi, qui, ci ha trascorso una vita. Raccontare com’è stato il loro vivere dentro queste case, il loro rapporto con gli altri. Raccontare la tristezza delle case abbandonate e murate. Ma raccontare anche le perplessità rispetto ai progetti di recupero via via proposti. Ecco che cosa ci interessava e cosa abbiamo voluto proporre con questo progetto. Il tutto, in primo luogo, attraverso le immagini che testimoniano proprio la quotidianità di ogni persona, immagini che propongono ritratti di donne e uomini in quello che è il loro vivere di ogni giorno in questo particolare rione cittadino. E, poi, i loro racconti, i loro aneddoti, i loro stati d’animo. Cercando, poi, pagine di storia che hanno accompagnato tanti e tanti anni di questo rione. La cui vita non è sempre stata facile ed agevole, ma, comunque sia, è sempre stata molto particolare. Sono trascorsi quancosa come 71 lunghi anni da quando l’allora governo fascista diede l’incarico all’impresa romana “Pater” di realizzare 58 abitazioni bifamiliari in un’area di oltre 100.mila metri quadrati, quali alloggi per il personale militare del vicino aeroporto. Tanti e tanti anni da quando, a seguito del decreto del prefetto della provincia di Trieste, queste costruzioni, fatte di elementi prefabbricati, vennero assegnate in proprietà all’istituto fascista autonomo delle case popolari per la provincia di Trieste, con l’obbligo di cederle in affitto alle famiglie domiciliate nel Comune di Ronchi dei Legionari sprovviste di adeguato alloggio. Ed allora furono ben 116 i nuclei familiari che ebbero la possibilità di avere finalmente una casa. La complessa e annosa questione riguardante le case “Pater”, ebbe inizio il 27 luglio 1939, quando l’allora Podestà di Ronchi, Daniele Ariis, inviò all’Istituto Fascista Autonomo per le case popolari di Trieste, una pressante richiesta di costruzione di case popolari nella cittadina di Ronchi dei Legionari. Pochi mesi più tardi, nell’ottobre 1939, venne ordinata la temporanea occupazione degli immobili situati nella città, per la costruzione di 60 casette, in quella che sarebbe diventata la borgata rurale Italo Balbo. Una borgata che, va detto, non è mai stata del tutto completata. Nei progetti originali, ad esempio, si trova persino lo spazio per la costruzione di una chiesa. Tanti e tanti anni, nel corso dei quali, usando il titolo di una canzone che furoreggiò al festival di Sanremo, sono stati spesi fiumi di parole. Sono stati promossi dibattiti e conferenze, ne n’è parlato persino in Parlamento, sino a quando, nel 1996, l’allora amministrazione comunale decide di produrre un primo piano di risanamento. Un progetto che non è mai piaciuto, sul quale tante e tante volte ha detto la sua il comitato dei residenti, decisamente contrario a quelle proposte. Quelle del 1996, come anche quelle di più recente annunciazione. Cittadini scettici nei confronti di progetti che avrebbero sconvolto il tessuto sociale di questo popoloso rione. Si è parlato delll’utilizzo della biotecnologia e della bioedilizia, qualcosa di inedito per la nostra regione. Si è parlato di spazio ad aree residenziali, non certo brutti ed anonimi “casermoni”, ma anche a spazi pubblici e ricreativi, zone pedonali e grandi spazi verdi. Una scommessa per il futuro che, però, non è ancora stata vinta. Invece la sistemazione edilizia e architettonica del villaggio non è stata effettuata neppure ai giorni nostri, anzi…. Non è ancora arrivato il momento di voltar pagine ed intanto il rione si è trasformato, molto spesso in negativo. Nel corso degli anni chi ci ha vissuto e ci vive, ha impegnato grandi capitali per fare della loro “casetta” un posto nel quale abitare in modo sempre più confortevole. Ma la desolazione che, oggi, li circonda, li fa sentire sempre più soli ed amareggiati. Le abitazioni murate, spesso, non sono state ripulire e la vegetazione ha preso il sopravvento. Davvero brutto, all’ingresso nord della cittadina, lo spettacolo che si offre al forestiero. Accanto alle “Casette” curate, ai giardini che da sempre sono l’orgoglio di chi abita in questo rione, ci sono quelle dove sono accumulate cataste di legna vecchia, di arbusti tagliati e mai portati in discarica e, poi, vecchi televisori, ciclomotori e decine e decine di sacchetti di nylon che contengono spazzatura. Ed è questo il “clima” che si vivere al quartiere “Pater” nel 2017. Un “clima” davvero diverso di quello al quale erano abituati specie coloro i quali, più avanti negli anni, qui ci hanno vissuto una vita. Condividere il proprio alloggio con una “casetta” disabitata e murata non è sempre facile. E, poi, negli anni passati, fece capolino, non proprio in maniera silenziosa, il fenomeno delle autoassegnazioni. Un fenomeno che fece paura. E da li la decisione di murare le abitazioni i cui affittuari erano deceduti o avevano trovato un altro posto dove abitare. A tutti loro, a tutti quelli che, nelle “casette” hanno speso un’esistenza, ma anche molto denaro, a chi è arrivato più recentemente e qui ha trovato il proprio “nido”, è dedicato questo lavoro, frutto dell’impegno di più persone, frutto di tanti ed interessanti incontri. Un lavoro che, nelle nostre speranza, vuole far capire meglio a chi passa lungo la via Redipuglia o si addentra lungo via Matteotti, che cosa sono, cos’erano e cosa potrebbero essere queste abitazioni, che, dentro pareti prefabbricate, racchiudono tutta una vita, tutta un’esistenza che merita il grande rispetto e la grande considerazione di tutti. Anche quando si vorrà, si potrà o si avranno le risorse economiche di dare un volto diverso a questo storico spaccato di vita cittadina.

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